Tomaso Garzoni. The Hospital of Incurable Madness: L'hospedale De' Pazzi Incurabili. Translated by Daniela Pastina and John W. Crayton. Tempe: Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2009. viii + 251 pp. $52.00 (cloth), ISBN 978-0-86698-400-3.
Reviewed by Giovanna Scianatico (Università di Bari)
Published on H-Italy (July, 2012)
Commissioned by Matt Vester
Madness and Sanity
La pubblicazione di un’accurata traduzione inglese di un testo di grande fortuna della fine del Cinquecento, L’hospedale de’ pazzi incurabili (1586) di Tomaso Garzoni--una sorta di best seller dei suoi tempi--nella collana dell’Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies colma meritoriamente un vuoto, consentendo la conoscenza di un testo chiave per la comprensione della mentalità e della forma di scrittura degli anni del difficile passaggio dalla crisi del Rinascimento al Barocco, segnati dalle tensioni e dalle contraddizioni del Manierismo.
Il volume si avvale di una sobria e sostanziosa introduzione di Monica Calabritto, che già in passato aveva dedicato i suoi studi all’intellettuale ravennate, agguerrito e tipico esponente della media cultura post-tridentina.
Nel presentare questo scenografico e infarcito trattato sulla concezione della follia diffusa sul declinare del Rinascimento, Calabritto mira al cuore della problematica e della sua interpretazione epocale, contrapponendolo all’Elogio erasmiano del 1511, frutto di tutt’altra apertura dei tempi: “For Garzoni, madness must be considered the opposite of sanity, reason, and normality--a far cry from the all-inclusive vision of madness in Erasmus’s The Praise of Folly” (p. 1).
Alla ricchezza e novità della visione erasmiana maturata in seno al neoplatonismo cristiano, in cui allo specchio della pazzia l’intera umanità si riconosce fino a ritrovarvi un nuovo fondamento di solidarietà sociale, Garzoni oppone la concezione circoscritta, le barriere mentali (ma ben presto anche reali, come ha documentato Foucault) del rifiuto della diversità e di una ragione uniformante e uniformata.
Dopo aver esaminato un arco di pensiero più ampio sulla tematica, attraverso i ‘capitoli’ (posposti al testo) di Teodoro Angelucci e Guido Casoni, nel contesto della cultura epocale, l’introduzione propone come chiave di lettura la scelta netta, operata dall’autore, di separazione dei pazzi dai sani.
Alla base dell’Hospedale si individuano elementi ripresi dalle teorie mediche allora diffuse, fusi con una vasta congerie di frammenti di erudizione enciclopedica, nonché ripresi dal sapere popolare, nella sua genericità e banalizzazione e nei suoi pregiudizi.
La strategia di Garzoni viene acutamente individuata nella funzionalità mirata della descrizione dei comportamenti aberranti: “dwell on the aberrant to define the normal” (p. 7).
Malattia e colpa si assimilano, inquietudini e devianze dall’ortodossia comportamentale e religiosa slittano in forme di vizio e pazzia, attraverso una valutazione che da medica trapassa in moralistica.
Nel segno del conformismo rassicurante, dell’obbedienza ai meccanismi sociali istituiti dal potere, e segnatamente nel clima politico-culturale della Controriforma, sulla scena dell’Hospedale garzoniano si squadernano le forme della follia in una teatralità prebarocca, davanti a un pubblico virtuale di lettori catturati attraverso un crescendo di meraviglie.
Memorie bibliche e mitologiche concorrono con la tradizione popolare all’appello di una facile pedagogia, a legittimare sotto l’egida della medicina la cura/punizione dei malati/colpevoli, paradigmi della sanità e incolpevolezza di coloro che accettano le norme vigenti.
Calabritto ripercorre finemente le tracce delle fonti mediche (Altomare, Fernel) ed enciclopediche (Tixier, Giraldi), ma anche in gran parte retoriche e letterarie dell’Hospedale, dalle facezie alla novellistica, all’epica, alla trattatistica sulle ‘imprese’ (fonti tutte popolarizzate, sottoponendole a un processo di divulgazione banalizzante) e riconosce nella dimensione esibizionistica del teatro – tema centrale della cultura rinascimentale – nello spazio retorico di un luogo in funzione di palcoscenico, la modalità rappresentativa più consona all’autore, pur nel frammentario coacervo di stili, linguaggi e generi che si assemblano di volta in volta nel testo.
A tale tradizione risale in effetti la forte valorizzazione iconica, l’accentuazione visiva che contraddistingue le figure degli internati e soprattutto delle internate nel manicomio garzoniano.
E’ qui che si sviluppa più originalmente l’acuta lettura introduttiva, in connessione all’ambito specifico della cultura rinascimentale riguardante la trattatistica delle ‘imprese’ e ai relativi studi e insieme ai gender studies particolarmente sviluppati in ambito statunitense, mettendo a fuoco la diversità di presentazione destinata alla pazzia femminile dall’autore dell’Hospedale.
Dopo aver dedicato numerosi discorsi alle categorie di pazzia maschile, fantasiose quanto generiche, un ultimo lungo ragionamento conduce i lettori/visitatori verso una lunga tirata di celle che rinchiudono le “femine pazze.”
Sopra ognuna di esse è affissa un’impresa con una figura simbolica relativa alla forma di pazzia di ogni reclusa, cui si riferisce anche il motto correlato.
L’autore definisce attraverso il linguaggio medico o enciclopedico la follia maschile, mentre descrive quella femminile attraverso il linguaggio metaforico.
Ciò gli consente--come scrive Calabritto--un approccio di carattere più astratto e teorico per i pazzi reclusi, laddove le donne, oltre la raffigurazione simbolica dell’impresa, sono corposamente raffigurate in immagini di nudità e disgusto di impressionante forza icastica. Una maggiore forma di controllo inchioda l’identità delle recluse attraverso l’impresa e attraverso il loro corpo sottomesso alle catene e al potere dei sorveglianti, né per esse è prevista una cura.
Il loro interagire con i sani ne mette in risalto la follia, fissandone gli atti in emblemi di devianza di forte rilevanza iconica. Tale dimensione prettamente visiva determina per le donne un surplus di distacco, di separatezza e in definitiva una maggiore possibilità di esercitare su di esse forme di controllo e repressione.
Sul cadere del Rinascimento, anticipando la pratica reale dell’internamento (quale verrà ampiamente praticata nel XVII secolo) Garzoni equipara follia e devianza rispetto all’ordine costituito. E se le donne vi appaiono doppiamente “altre,” tuttavia l’intero testo si presenta, verso il crinale del secolo, come un segno dei tempi.
Condotta sull’edizione del 1586, ma tenendo presenti le maggiori recenti edizioni, a partire da quella di Paolo Cherchi, la traduzione dell’Hospedale mette a disposizione del pubblico statunitense un testo rappresentativo di un particolare clima culturale, caratterizzato dalla accettazione dell’ordine imposto e tuttavia, contraddittoriamente, dal fascino dello scarto rispetto alla norma, da una dialettica di legge e devianza.
E così un’opera destinata a separare, a marchiare, a reprimere, rinchiudendo nella sfera oscura della follia ogni inquietudine, ogni potenziale disordine, tradisce sul suo rovescio la vertigine del rimosso, di una fantasmagoria di immagini incalzanti dell’alterità, tanto da rendere ecessario l’esorcismo, attraverso le figure di un’umanità degradata.
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Citation:
Giovanna Scianatico. Review of Garzoni, Tomaso, The Hospital of Incurable Madness: L'hospedale De' Pazzi Incurabili.
H-Italy, H-Net Reviews.
July, 2012.
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